lunedì, ottobre 30, 2006

Frammenti di un sogno irrealizzabile

Dorme serena, come un bambino dopo una lunga e felice giornata, io sono accanto a lei e la guardo sperando che questa notte non finisca mai.
La bacio sulla fronte, sfioro appena la sua pelle, non la voglio svegliare.
Sono felice.
Dormi amore mio e fai dei bei sogni e domattina, al tuo risveglio, io sarò ancora qui al tuo fianco.

Un amico trascurato

È tanto tempo che non facciamo più quattro chiacchiere io e te, non certo per colpa tua, chissà quante cose hai da fare tu. Mi chiedevo però se hai un momento per me, anche se forse non me lo merito. Non riesco nemmeno ad immaginare quante siano le persone molto più meritevoli, più ligie ai tuoi dettami che si accalcano per avere la possibilità di parlare con te.
Io non sarò mai uno di loro, d’altronde non sono mai stato il genere di persona avvezza ai regolamenti e proprio non ce la faccio a vederti tra le righe di una lista numerata di precetti, sono più idealista, più sognatore e ti riconosco nel colore acceso di un fiore, nel sorriso innocente di un neonato, nella luce calda e prorompente del sole.
Ti chiederai qual è la ragione che mi ha spinto da te e non cadrai certo in fallo pensando che ho intenzione di chiederti qualcosa.
Un po’ mi vergogno perché penso che sia infinitamente più giusto che tu dia ascolto alla voce di chi ha davvero bisogno di aiuto, io vivo negl’agi e le sofferenze del mio animo non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle di chi alza al cielo il suo grido sapendo che tu sei il solo che può far qualcosa per loro.
Tendi loro la mano, aiutali se puoi e se dopo ti rimane un pochino di tempo guarda in basso e ascolta le preghiere del tuo pessimo amico che ti chiede la possibilità di aver accesso al suo piccolo scampolo di felicità.

domenica, ottobre 15, 2006

La verità del cuore

Il cuore con i sui ottanta battiti al minuto è una macchina instancabile, qualsiasi cosa ci succeda lui continua a lavorare e per tutta la vita svolge il suo insostituibile compito. Noi spesso lo maltrattiamo e non ci prendiamo cura di lui, forse perché assuefatti alla sua presenza eppure continua inesorabile a svolgere la sua funzione.
Chi lo considera solo come un organo che compie il suo lento, cadenzato e monotono lavoro commette un grosso errore e dovrebbe dedicargli più attenzione e stare ad ascoltare quello che ci può dire.
Da diverso tempo ormai il mio cuore continua imperterrito a battere però io sento il peso che lui si trascina perché sa di essere inutile, non fa altro che svolgere la sua funzione biologica ma questo non gli basta più, vorrebbe di nuovo provare la gioia di dedicare il suo ritmato lavoro ad una causa più alta, vorrebbe sentirsi di nuovo felice di galoppare per esternare il sentimento più importante.
Ha vissuto un amore ricambiato e in quel periodo si sentiva realizzato ed ora prova una nostalgia tremenda dei tempi che furono e non passa giorno che io non mi accorga di quanto soffre.
Vuole riavere la vita di prima, vuole avere la possibilità di sentirsi ancora vivo, insomma vuole lei, ma sa che volere non è potere perché lo ha sperimentato lui stesso e questa consapevolezza lo sta logorando.
Ho vissuto una battaglia fra la mia testa che continuava a ripetermi basta, la devi lasciar andare e devi cercare di costruirti una vita anche senza di lei e il mio cuore che invece non si arrendeva, mi spronava a tirare fuori virtualmente i pugni e lottare per ottenere ciò che desideravo.
Io ho capito chi dovevo ascoltare, ho capito che la razionalità che mi è stata sempre compagna nelle decisioni questa volta non avrebbe avuto il sopravvento e mi sono lasciato condurre da lui nel tentativo di riconquistarla.
Ho preso una penna e ho lasciato che fosse questo mio amico per troppo tempo lasciato in disparte a guidare la mia mano. Purtroppo non ho ottenuto ciò che volevo.
Non ho rinfoderato i pugni, sono pronto a lottare ancora e a gridare al mondo che non avrò pace finché non ci sarò riuscito, ma non so che fare.
Mi dispiace amico, ti ho dato ascolto troppo tardi e l’unica cosa che posso fare ora è stare qui impotente a condividere il tuo lamento.

sabato, ottobre 07, 2006

Dedica a tutte le donne

Molto spesso un uomo trova il completamento di sé stesso nella donna che gli sta al fianco ed è felice, si sente bene e sa di essere una persona fortunata perché può condividere la sua vita con qualcuno che lo riempie d’amore e da un senso ad ogni suo giorno e per questo vorrebbe rendere partecipe la sua donna di questa sua gioia e vorrebbe farlo con le parole migliori.
Ma cosa dirle per farle capire quanto sia importante e quali termini usare.
Non è semplice esprimere ciò che si ha dentro in parole, bisogna essere dotati di un talento innato per esternare certe sensazioni attraverso una sequenza di vocaboli.
A volte si prende in prestito ciò che altri hanno scritto, magari il testo di una canzone e lo stesso voglio fare io. Prenderò in prestito le parole scritte da un’altra persona per dedicarle a tutti gli uomini innamorati che vogliono far capire alla propria donna quanto sia importante e a tutte le donne che sanno di essere amate e che si aspettano, o forse solo sperano, di sentirsi dire un giorno delle parole importanti dal proprio uomo.
Non attingerò dagli scritti di un autore qualsiasi, ma dall’ultimo canto del Paradiso di Dante in cui l’autore, tramite l’intercessione di San Bernardo, chiede alla Madonna il permesso di vedere Dio.
San Bernardo è talmente dedito alla Madonna che la descrive così:



Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se' a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disïanza vuol volar sanz'ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.

mercoledì, settembre 27, 2006

L'illusione di sentirsi forte

Ho sempre avuto in me la forza di andare avanti da solo nonostante tutto, qualsiasi cosa mi capitasse contavo sempre e solo sulle mie gambe, cadevo e mi rialzavo e poi cadevo di nuovo e di nuovo mi rialzavo, sempre solo.
Non ho mai avuto bisogno di nessuno, soprattutto perché non volevo che qualsiasi altra persona si impicciasse degli affari miei: troppe volte ero stato segnato dai comportamenti di chi mi stava intorno, troppe volte ero stato deriso, isolato e trascurato fino a quando avevo deciso che potevo anche stare bene da solo, che sicuramente stavo meglio da solo.
Diffidavo di tutto e di tutti e così percorrevo il sentiero della vita trascinandomi tutto il peso del mio passato e l’incertezza del mio futuro: era dura però sapevo che avevo in me la forza per farcela e avevo l’assoluta convinzione che quella forza non mi avrebbe mai abbandonato perché era stata temprata a suon di calci nel culo presi troppe volte.
Ritengo di essere stato forte, non avevo paura della solitudine, anzi la cercavo e mi ci rifugiavo come riparo da tutto lo schifo che vedevo intorno a me e che mio malgrado spesso ero costretto a subire e quando entravo nella mia tana stavo bene, perché lì dentro ero io il padrone e nessuno ci ficcava il naso, nessuno veniva a dirmi cosa dovevo fare, a volte mi divertivo e ridevo e a volte piangevo e mi consolavo, in qualsiasi caso era l’unico posto in cui mi sentivo davvero libero.
Questa mia forza è durata anni, anni passati a vivere due vite: una pubblica in cui ero la brava persona che faceva quello che gli altri si aspettavano che facesse, che sorrideva quando doveva sorridere e che troppo spesso si è sentita fuori posto in mezzo ad altre persone e una privata in cui si rifugiava appena poteva stando attento che nessuno si intrufolasse di soppiatto.
Questo meccanismo quasi perfetto è durato finché le barriere protettive erette non sono state violate, fino a quando nella mia vita privata è entrata una persona quasi per caso, forse perché in quel momento aveva anch’essa bisogno di un posto sicuro dove sostare e cosa c’era di più sicuro di un luogo segreto e io ho scoperto per la prima volta quanto fosse bello condividere la propria vita con qualcuno.
Ma io non c’ero abituato, mai avevo condiviso me stesso con qualcun altro e dopo qualche tempo la voglia di ritornare l’unico padrone del mio io ha prevalso e così ho iniziato e credere che quella persona non fosse più degna di condividere il luogo segreto, che fosse giunto il momento di estrometterla da lì dentro e così ho fatto.
Ho risistemato tutto com’era, ho ripreso possesso della mia vita privata e dopo qualche tempo mi sembrava che tutto si rimettesse ad andare per il verso giusto: che bello, nessuno tra i piedi, io solo, io non dovevo dividermi con nessuno, la mia vita privata doveva essere solo mia.
Tanto ero ancora forte, la mia forza non mi aveva abbandonato, era ancora lì intatta al mio servizio e con lei io pensavo di poter superare ogni ostacolo, tanti ne avevo già superati e avrei continuato a farlo perché io ero forte, la mia forza non mi aveva abbandonato.
Da quel giorno tanto tempo è passato e la forza si sa non dura per sempre, poco alla volta i colpi che le vengono inferti dalla vita la fanno vacillare e se non si riesce a rigenerarla attingendone di nuova da qualcosa o da qualcuno prima o poi si esaurisce.
Quando ho iniziato a sentirla scemare dentro di me ho cominciato a chiedermi il perché e soprattutto per quale motivo non mi fosse mai successo prima, fino a che ho capito che quando apri la tua porta ad una persona, qualsiasi cosa succeda poi non la puoi più richiudere e ho capito che nel mio caso è rimasta aperta aspettando che quella persona ritornasse indietro e io potessi di nuovo prendere da lei la benzina che mi serviva per andare avanti.
Lei mi aveva regalato per la prima volta la vita, ma io sono stato troppo ottuso per capire e l’ho buttata fuori e così ora la porta è sempre aperta in disperata attesa che lei la valichi di nuovo, ma lei non la valicherà.
Lei mi ha fatto sentire importante, mi ha fatto sentire vivo e ora scopro quanto era bello, scopro quanto era straordinaria la vita con lei, scopro che farei qualsiasi cosa per riaverla, scopro che adesso non sono in grado di vedere una vita se non avendola al mio fianco a lottare con me.
Adesso le mie giornate non hanno senso, non ho più interessi, non ho più passioni e non ho più uno scopo per andare avanti.
Continuo a pensare a quant’era grande, continuo a pensare a quanto ha fatto per me a quanto mi faceva sentire felice, a quanta gioia provavo se la stringevo forte fra le mie braccia e continuo a pensare a quanto vorrei stringerla forte di nuovo e dirle che l’amo.
Continuo a pensare anche a quanti errori ho fatto e a quante occasioni ho avuto per rimediare e invece sono stato così scemo da farla andare via convinto che tanto io avevo la mia forza che mi proteggeva, non capivo che era lei la mia forza era lei che mi dava la voglia di andare avanti, ero egoista e avevo la presunzione di credere che io potessi andare avanti senza mai aver bisogno di nessuno.
In passato era vero, avrei potuto farlo all’infinito se non l’avessi incontrata, ma ora le cose sono molto diverse, ora vivo nel ricordo della persona felice che ero e che non sono più e vivo nella speranza di rivivere la gioia di averla accanto.
Adesso so, adesso ho capito davvero, adesso potrei e vorrei darle quello che mi chiedeva e non ha mai avuto, adesso capisco che mi sono liberato della persona più speciale della mia vita ma che ho disperatamente bisogno di lei.

domenica, settembre 17, 2006

un maledetto errore

Capita di dover dire addio, a volte lo diciamo sbadatamente a qualcuno che non rivedremo e che non ce ne importa niente di rivedere, ma ci sono volte in cui abbiamo la convinzione che questa sia una parola talmente pesante da pronunciare che stenta ad uscire dalla nostra bocca e allora invece di dirla ce la teniamo per noi e ne usiamo impropriamente un’altra come arrivederci, ciao o simili, ma sappiamo bene che per noi l’equivalenza è già stata scritta, cioè che il saluto che pronunciamo è sinonimo di addio.
Tra questi casi c’è sempre quello più difficile, quello che è stato indotto da una serie di circostanze che non sei stato in grado di modificare, quello che devi dire perché devi metterti in pace con la coscienza, perché è la soluzione migliore non per te, ma per la persona che per te ha significato tanto e che, in quel momento, tu devi lasciar andare: vorresti dirle “ ti voglio bene”, oppure “rimani con me”, oppure “sei bella” ed invece dici ciao e lei apre la porta e se ne va, per sempre.
Passi giorni ignobili, tutti uguali, immerso in un’apatia totale e non fai altro che pensare ai ricordi che si mettono ordinatamente in fila nel tuo cervello per essere riproposti e stai male: non hai la febbre, non esiste medicina che ti curi, però stai male.
Poi arriva il giorno in cui ti scrolli, ricominci a mettere la testa fuori, esci con i tuoi amici e riesci anche a divertirti, e non ti sembra male: sei rientrato in possesso della tua vita, puoi andare dove vuoi, puoi uscire con chi vuoi, puoi stare fuori quanto vuoi senza rendere conto a nessuno e ti senti bene e un bel giorno dici: << l’ho superato>>.
Purtroppo non è così, perché ben presto scopri che tutta quella gioia è solo effimera e lo scopri quando, rientrando una delle tante sere in cui hai fatto tardi, ti senti solo ed è una sensazione così intensa che ti fa cadere di nuovo.
Scopri d’improvviso che non c’è nessuno che ti fa gli squilli, nessuno che in un messaggio ti scrive “mi manchi”, nessuno che al telefono ti dice “ho voglia di vederti”, scopri sulla tua pelle che in tutto questo cazzo di mondo non c’è una persona, una sola, che ti dedica le sue attenzioni e i suoi pensieri.
Poi ti ricordi che prima ce l’avevi e quella persona faceva tutte queste cose, ti faceva sentire importante, ti faceva sentire amato e ti ricordi quant’era bello provare quella sensazione.
Adesso ti guardi intorno e vedi tutto quello che vedevi prima, niente è cambiato, hai persino ancora tutti i suoi regali sparsi per la stanza, poi ti guardi dentro e cosa vedi: niente.
Scopri di essere vuoto, non c’è niente.
È in questo modo, un po’ forte se si vuole, che scopri che ti manca, che scopri quanto avevi per le mani e adesso non hai più.
Partono i rimorsi: se avessi fatto questo, se mi fossi comportato così, se le avessi detto più spesso quest’altro; poi capisci che ti stai mordendo la coda, che tu non sei fatto così, che un po’ per lei sei cambiato ma che non saresti riuscito a fare di più; non era quella giusta, non c’è niente da fare, però stai male lo stesso.
Inizi a ripensare di nuovo a tutta la storia, inizi a pensare di nuovo che l’hai fatta soffrire e non le hai mai detto che ti dispiace e allora, una sera, ti ritrovi davanti al pc e inizi a scrivere: dopo molti giorni passati a scrivere e a correggere ne esce una lunga e triste lettera, ne salvi la copia definitiva e poi cominci a chiederti se sia il caso di mandargliela: è passato tanto tempo, magari ha dimenticato, magari si è trovata un altro, magari non le importa più niente, però a te sembra una cosa importate, trovi il coraggio e la spedisci verso la sua casella di posta elettronica.
Dopo qualche giorno ti risponde dicendo che anche a lei dispiace, ma che in fondo è stato meglio così: ha ragione, come quasi sempre.
Ti devi rassegnare, non ci sono alternative.
Con un po’ di fatica ce la fai anche questa volta, poi ormai è primavera e tutto si prende con un po’ più di serenità: continui a sentirti maledettamente solo, ma impari a farci l’abitudine come ad un nuovo callo, non si può mandare via, ma con il tempo si impara a conviverci.
Poi arriva l’estate, te ne vai in ferie, ti diverti e vivi spensierato le giornate come non ti capitava di fare da ormai un sacco di tempo e pian piano riprendi una vita normale, anche senza di lei: ci hai messo molti mesi ma alla fine ci sei riuscito.
Almeno credi di esserci riuscito, perché poi ti capita di rivederla per tre volte nel corso di un anno ed ogni volta ti senti una specie di scossa dentro, le prime due volte non sai esattamente interpretare quella tua reazione, non sai spiegarti cosa vuol dire e fai finta di niente ma l’ultima volta no, capisci cos’è e tutta la nebbia che avevi in testa in un attimo si dirada e tutto ti sembra chiaro, limpido e capisci che ti sei sbagliato hai fatto una grossa cazzata perché il tuo futuro, tutto ciò che vorresti avere per te è lì davanti.
Scopri che sei ancora innamorato e il baratro si riaffaccia davanti a te: è come riaprire gli occhi e trovarsi in piedi sull’orlo di un precipizio perché ora sai cosa vuoi ma sai anche che non puoi averla in quanto lei ora ha la sua vita e sembra felice anche senza di te.
Passano i mesi di nuovo e alla fine decidi che devi almeno fare un tentativo, devi farle capire che cosa provi per lei e che adesso sei un uomo diverso e forse un pochino migliore ma non sai come fare, non vuoi ripiombare bruscamente nella sua vita, le vuoi troppo bene per fare qualsiasi cosa che la potrebbe ferire e così decidi che la cosa migliore da fare è scriverle: prendi carta e penna e metti nero su bianco tutto quello che hai dentro sperando che funzioni.
Passano due settimane senza che si faccia viva ma poi finalmente risponde e, come razionalmente si poteva intuire, la risposta non è quella che vorresti.
Sai che te lo dovevi aspettare, sai che era impossibile che andasse diversamente ma stai male lo stesso perché ora sai che lei è la tua vita, il tuo futuro, sai che con lei vorresti condividere ogni giorno, ma non è disposta a lasciare il suo fidanzato per te anche se forse la fiammella in lei non è proprio spenta, lo capisci dalla sua risposta.
Che fare ora? Non lo sai, aspetti e speri e intanto il rimorso ti sta logorando dentro e ti porta lentamente sempre più in basso verso un oblio del quale non sei in grado di vedere la fine.

mercoledì, settembre 13, 2006

La partita persa

Non sono mai stato un abile giocatore d’azzardo, non so bluffare, non sono nemmeno molto bravo come giocatore di carte, anzi piuttosto mediocre direi.
Una sola volta mi sono trovato a giocare una partita importante, una di quelle da cui avrei voluto uscire assolutamente vincitore, ed è stata una partita lunga e molto impegnativa; nella sua fase finale mi sono trovato ad avere ancora due carte in mano e toccava a me giocare e io non sapevo scegliere quale: l’esito finale dipendeva da quella giocata ed io ero nervoso e indeciso, volevo vincere, ma non sapevo come.
Alla fine ho preso la mia decisione ho capito cosa dovevo fare e così mi sono comportato di conseguenza e, secondo il mio modestissimo parere di allora, la vinsi quella partita.
Molto tempo è passato e molte cose sono successe, la mia vita è cambiata e io sono cambiato e forse in meglio.
Ora mi trovo a rivivere quella partita e a pensare che quella volta la persi; sono convinto che se avessi giocato l’altra carta oggi la mia vita sarebbe diversa e sicuramente migliore e sono convinto che se mi ritrovassi seduto a quel tavolo oggi saprei come giocare, non avrei esitazioni, ma purtroppo non la posso rigiocare, vorrei tanto farlo, sarei disposto a fare qualsiasi cosa per avere un’altra possibilità ma non dipende da me.
Quando si giocano quelle partite si è sempre in due ed è necessario che anche chi sta dall’altra parte del tavolo voglia darti la rivincita e se non vuole non si può fare niente per convincerla specialmente se sta giocando un’altra partita con un giocatore che non sono io.
Mi siedo spesso a quel tavolo, solo, per rivivere quella bellissima partita che però ha avuto un esito così infausto per me, con la speranza che un giorno succeda qualcosa così che io possa magicamente giocare di nuovo quelle due ultime, fatidiche, mani questa volta con la consapevolezza di chi oggi sa cosa fare per non fregarsi di nuovo.
La speranza a volte è sufficiente a tenere in vita un uomo, ma una speranza vana lo tiene in uno stato catatonico vegetativo dal quale io non so trovare la strada per uscirne.

Una giornata da dimenticare

Ci sono giornate in cui andare avanti è dura, ti accorgi che continui a lottare perché lo vuoi ma alla fine non ottieni niente, ti senti preso a pesci in faccia dal mondo intero e fa male però avanti, sempre avanti, devi andare avanti è imperativo non ci si può fermare non si può tornare indietro e allora camminare, vivere sempre e comunque, non importa come o perché, vivere senza uno scopo un motivo, non importa, vivere camminare andare avanti.
Beh io non ci riesco quasi più , vorrei schiacciare un bottone e fermarmi, stare lì a guardare la luce della pausa che lampeggia e non aver niente a cui pensare, niente da dire o da fare, stare lì anche solo pochi minuti zitto, solo, con addosso la felicità di chi sta davvero bene.